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  • Data di creazione 23/03/2026
  • Ultimo aggiornamento 13/04/2026

LO SPRECO ALIMENTARE

"Finire tutto quello che c’è nel piatto". Fino a non molto tempo fa, questo semplice comandamento costituiva una regola imprescindibile per tutti i bambini, in tutte le famiglie di ogni paese. Il rispetto per il cibo veniva insegnato loro fin da piccoli da parte di una fitta schiera di padri, madri, nonni e zii, che avevano ben presente il valore rappresentato da un litro d’olio, un etto di burro o un chilo di zucchero e che avevano toccato con mano la miseria e la fatica delle lunghe file imposte dal razionamento alimentare in tempo di guerra. Intere generazioni di nonni e zii che a loro volta erano stati educati da genitori per i quali spesso il consumo di carne o il pane bianco coincideva con i giorni di festa, e solo con quelli. Anche chi poteva permettersi il lusso di un vitto abbondante respirava e condivideva il principio fondamentale della sacralità del cibo, espressione di una cultura alimentare che non prevedeva lo spreco. La diffusione del benessere e dell’abbondanza che da oltre mezzo secolo si sono propagate nel mondo occidentale ha via via eroso il significato di quel comandamento, consegnando alla storia la fondamentale branca della scienza culinaria rappresentata dall’arte del riciclo degli avanzi e assuefacendo allo spreco tanto le famiglie quanto il mercato nel suo complesso.

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