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  • Data di creazione 12/08/2025
  • Ultimo aggiornamento 30/09/2025

MANZONI ALESSANDRO

Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7 marzo del 1785. 

Il matrimonio dei suoi genitori, il conte Pietro Manzoni e Giulia Beccaria, era avvenuto tre anni prima ed era stato da subito infelice: il conte, dalla vita ritirata e dedito alle pratiche religiose, non gradiva la vita vivace e indipendente della moglie. Da subito si seppe che Alessandro era nato da una relazione extraconiugale di Giulia con Giovanni Verri. Se si pensa che Giulia era la figlia di Cesare Beccaria e Giovanni il fratello di Pietro e Alessandro Verri  si capisce quanto Alessandro fosse legato per motivi familiari agli ambienti dell’Illuminismo milanese. 

Nel 1791 Alessandro fu messo in collegio, prima dai Padri Somaschi a Merate e Lugano, poi dai Padri Barnabiti a Milano. L’anno successivo Giulia lasciò il marito e andò a vivere con il conte Carlo Imbonati, un aristocratico illuminato che da ragazzo era stato allievo di Giuseppe Parini, con cui in seguito si trasferì a Parigi. Alessandro la rivide solo tredici anni dopo. Gli anni della scuola furono un periodo di tristezza e isolamento. 

Nel 1800 incontrò Napoleone al Teatro della Scala e ne rimase affascinato, si infiammò per gli ideali della rivoluzione francese e assunse posizioni anticlericali, disgustato com’era dalle scuole religiose. Nel 1801 terminò gli studi, non frequentò l’università e si diede al gioco d’azzardo. Le sue frequentazioni preoccuparono il padre, che lo mandò a Venezia per qualche mese a cavallo fra il 1803 e il 1804. In questi anni si manifestarono i primi disturbi nervosi che lo accompagnarono per tutta la vita: una marcata balbuzie, attacchi di panico, periodi di apatia e depressione, la paura degli spazi aperti e delle folle, il rifiuto di uscire di casa se non accompagnato. Nel 1805 Carlo Imbonati morì e Manzoni si trasferì a Parigi per stare con la madre, che rivide dopo moltissimi anni e che era quasi una sconosciuta per lui. Quelli nella capitale francese furono anni di fermento in cui frequentò intellettuali e artisti. Nel 1808 sposò Enrichetta Blondel, una milanese di origini svizzere, della quale fu profondamente innamorato e dalla quale ebbe ben dieci figli. Insieme alla moglie e alla madre, Manzoni si riavvicinò progressivamente alla fede: nel 1809 la primogenita Giulia fu battezzata con rito cattolico e nel 1810 i due coniugi celebrarono nuovamente il matrimonio con rito cattolico. 

Al 2 aprile risalirebbe un episodio decisivo per la sua conversione: durante i festeggiamenti per il matrimonio fra Napoleone e Maria Luisa d’Austria, Manzoni vide svenire la moglie a causa della folla e in preda al panico si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove ritrovò la fede. Anche se probabilmente le cose non andarono in questo modo, il “miracolo di San Rocco” fu ritenuto già dai contemporanei l’evento decisivo per la conversione di Manzoni, che comunque già maturava un animo alla ricerca della pace interiore. 

Dopo la conversione, che coinvolse anche Enrichetta, nell’estate del 1810 Manzoni tornò con la famiglia a Milano. La riscoperta della fede coincise con l’avvicinamento al Romanticismo: a Milano, infatti, rinnovò l’amicizia con gli intellettuali di punta del nuovo movimento; tuttavia, per la sua naturale ritrosia non scrisse sui giornali e frequentò pochissimo i salotti letterari. Il ritorno a Milano segnò l’inizio di una stagione creativa tanto intensa quanto breve.

Questi anni di creatività furono un periodo irrequieto, tanto che nel 1817 Manzoni fu sull’orlo di una nuova crisi religiosa ed ebbe bisogno di un secondo soggiorno a Parigi (1819-1820) per alleviare i suoi disturbi nervosi. Ritrovato un equilibrio sufficiente, Manzoni si dedicò subito alla revisione di un suo romanzo, che uscì con il titolo I promessi sposi nel 1827 (è la cosiddetta edizione “ventisettana”) ed ebbe un successo immediato. 

Perennemente insoddisfatto, nel 1827 Manzoni decise di trasferirsi a Firenze con tutta la famiglia per poter padroneggiare meglio la lingua toscana, nella quale individuava il mezzo espressivo ideale per un romanzo che voleva essere veramente popolare e porsi come modello di unificazione linguistica dell’Italia. Il soggiorno a Firenze durò poco più di un mese, dal 29 agosto al 1 ottobre.

Nelle poche occasioni in cui frequentò gli ambienti letterari ebbe modo di conoscere Giacomo Leopardi e strinse amicizia con vari intellettuali fiorentini, che divennero suoi consulenti per la revisione linguistica del romanzo. Questa revisione, che avrebbe dovuto avvenire in tempi brevi, si protrasse molto più a lungo del previsto, soprattutto a causa di due gravissimi lutti: il giorno di Natale del 1833 morì l’amata moglie Enrichetta e l’anno successivo la primogenita Giulia. 

Manzoni ritrovò un minimo di serenità solo nel 1837, quando sposò Teresa Borri, che lo aiutò concretamente a portare a termine l’ultima edizione dei Promessi sposi, uscita a dispense illustrate tra il 1840 e il 1842 con l’appendice Storia della colonna infame: è l’edizione “quarantana”, quella definitiva, che però non ebbe il successo economico sperato. 

Di fatto, dopo il 1827 la vita di Manzoni fu un lungo ritiro di quasi cinquant’anni: uscì di casa il meno possibile, schivò le occasioni mondane e non pubblicò nessuna opera di rilievo. La sua longevità da un lato lo costrinse ad assistere alla morte di molti cari, dall’altro gli permise di vedere la consacrazione della sua fama, culminata nella nomina a senatore del Regno d’Italia nel 1861 e nell’assegnazione di una pensione onoraria. Su incarico del ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, nel 1868 presiedette la Commissione per l’unificazione linguistica nazionale. 

Il 6 gennaio 1873, all’uscita dalla messa, cadde e sbatté violentemente la testa. Non recuperò mai completamente la salute fisica e mentale. Morì il 22 maggio di quell’anno. Ai suoi funerali, celebrati in forma solenne, accorsero migliaia di persone, anche del popolo, che vedevano in lui il poeta nazionale del neonato Regno d’Italia.

 

 

 

 

 

 

 

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